Rispetto alla questione dell’autonomia differenziata della Regione Veneto riteniamo innanzitutto doveroso ribadire che ogni forma di autonomia regionale deve rispettare gli articoli 116 comma terzo, 118 e 119 della Costituzione, insieme alla legge sulla devoluzione fiscale 42 del 2009.

Riteniamo che tanto la bozza di autonomia circolata in febbraio 2019 (bocciata dai tecnici e dal Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi di Palazzo Chigi) quanto la proposta di legge-quadro dell’attuale ministro per gli Affari Regionali non soddisfino i requisiti per il raggiungimento di un’autonomia differenziata che rispetti l’articolo 3 della Costituzione.

L’undicesima legislatura regionale dovrà pertanto farsi carico di una contrattazione dell’autonomia su parte delle materie di competenza regionale, con l’obiettivo di ridurre e uniformare le materie sulle quali sussiste concorrenza (e quindi affastellamento burocratico e amministrativo).

Dopo aver demolito i presupposti del residuo fiscale collegato alla proposta di autonomia differenziata che, con l’attuale modello leghista di regionalismo differenziato, prospetterebbero una forma di “secessionismo fiscale” lesivo dell’articolo 3 della Costituzione, proponiamo lo STOP al criterio di ³spesa storica´ e determinazione di LEP (Livelli essenziali di prestazione) e LEA (Livelli essenziali di assistenza in ambito socio-sanitario) per il Veneto, sulla base dei dati ISTAT regionali aggiornati.

Il valore dell’autonomia dovrà concretizzarsi anche in pratiche amministrative regionali nettamente alternative al modello neo-centralista della giunta uscente e basate su decentramento fiscale, sussidiarietà e partecipazione.

Proponiamo, inoltre, il ricalcolo dell’addizionale regionale IRPEF, che allo stato attuale privilegia i grandi redditi, facendo del Veneto l’unica regione in Italia dove sia stata realizzata una forma di flat tax. Soltanto dopo aver riordinato l’assetto fiscale interno, sarà possibile attuare compiutamente i presupposti della sussidiarietà verticale previsti dagli art. 118 e 119 della Costituzione.

A nostro avviso l’ente superiore (la Regione) deve favorire l’azione degli enti di livello inferiore, senza intervenire direttamente, qualora siano capaci di gestire con profitto un atto amministrativo, o siano in grado di governare un processo normativo sul quale hanno competenza diretta.

Ecco dunque che l’undicesima legislatura dovrà:

– dare innanzitutto piena attuazione alle autonomie territoriali esplicite, in particolare quella della Provincia di Belluno, secondo l’art. 15 dello Statuto Regionale del Veneto;

– favorire l’unione e la fusione (o il consorzio) dei comuni e il processo di formazione delle Città metropolitane, potenziando il ruolo delle comunità montane e degli enti già esistenti;

– spingere per delegare funzioni amministrative e capitoli di bilancio dalla Regione e da quel che resta delle province ai Comuni, che ai sensi dell’art. 11 dello Statuto regionale costituiscono l’ente rappresentativo della comunità territoriale fondamentale, e che dopo un necessario processo di aggregazione possono acquisire ruolo centrale nel sistema di amministrazione;

– introdurre nei comuni la pratica del bilancio partecipato, favorendo assemblee cittadine aperte al pubblico con ampie consultazioni popolari, specie nel caso di scelte fondamentali per la comunità.

Oltre alla sussidiarietà verticale, che vedrà un maggiore protagonismo degli enti locali e dei loro amministratori nel processo decisionale (auspicando che lo Stato centrale, di pari passo, riveda i regolamenti attuativi del Patto di stabilità) l’undicesima legislatura dovrà dare ampio spazio alla sussidiarietà orizzontale, ovvero alla partecipazione diretta dei cittadini (nelle forme e nei modi previsti dalla Costituzione) nel processo legislativo.

Oltre ad una radicale revisione della legge elettorale regionale, che premia la governabilità piuttosto che la rappresentanza (facendo leva sulla vocazione maggioritaria dei partiti centralisti), proponiamo l’introduzione di una “Legge regionale sulla partecipazione”, ispirata alla Legge della Regione Toscana, che introduca dei processi partecipativi locali veramente vincolanti, e obbligatori per tutti i progetti, le opere, e gli interventi che assumano una particolare rilevanza per la singola comunità locale.

Questa traduzione normativa della partecipazione darebbe una cornice giuridica alla spinta “dal basso” e garantirebbe maggiore protagonismo della società civile, delle associazioni, dei corpi intermedi.